MONOLOGO SULLA TRASPARENZA

Giorni mesi e settimane che è tutto un parlare e un chiacchierare della trasparenza sul web e sul magico mondo delle blogger.

E mentre in America – che ammettiamolo sono delle capre in tante cose che Dio o chi per lui ce ne scampi – in altre cose stanno avanti di un paio di anni luce e tre galassie ed è già tutto chiaro qui forse vedremo la luce alla fine del tunnel che avrò due gatti sul balcone e una pianta di basilico ancora viva in casa.

Entrambi non sponsorizzati si intende. Croccantini a parte.

La questione si snoda sulla necessità imposta dall’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato di rendere chiara, riconoscibile e trasparente la pubblicità attraverso l’inserimento di indicazioni ben precise in tal senso sotto forma di hashtag sia in caso di accordi commerciali, sia (essì) in caso di mera fornitura di prodotto (il caro vecchio cambio merci per intenderci). E mentre sono cominciati a comparire i primi (pochi??) #ad su diversi post le prese di posizione e le dichiarazioni sulla questione nel nostro paese sono state a dir poco nulle. La questione a mio modestissimo parere risiede non tanto nel bisogno di rendere chiara e riconoscibile e trasparente la pubblicità – punto alquanto ovvio ma in me si sa vive un avvocato che non ha avuto troppo tempo per esprimere la sua carica – quanto nella coerenza mista a professionalità che dovrebbe guidare le scelte di ogni influencer.

Lavoro con questo brand perché mi piace?

I suoi valori e i suoi prodotti sono in linea con il mio gusto e con il mio posizionamento e con i miei desiderata? Sarei altrettanto entusiasta anche se non ci fosse un rapporto commerciale in atto? Consiglierei alla mia migliore amica quel prodotto? Se la risposta è si allora quell’indicazione nulla dovrebbe togliere e nulla dovrebbe aggiungere alla forza energetica del vostro messaggio. Al vostro talento. E per nulla dovrebbe andare a scalfire il rapporto fiduciario che lega indissolubilmente l’influencer al suo “pubblico”. Che poi è quello che fa la differenza anche se a volte ce lo dimentichiamo. In caso di risposta negativa. Bhè il fatto che non viviate in America a quanto pare potrebbe non essere un male.

7 Comments

  1. Ale

    Se lo chiedi alle influencer ti dicono sempre “sii come noo collaboro solo con aziende che mi piaccionoo” 😅 La verità è che secondo me quello dell’influencer è un mestiere strano che lo si può fare fino a un certo punto. Appunto finché siamo piccoli e quindi più credibili. Quando l’influencer è una ragazza che ha stile e carisma, scova oggetti e brand carini e li condivide perper essere d’ispirazione va tutto bene. Quando poi col tempo si tocca l’apice. Quando non sei te che scovi piccoli brand carini e me li proponi. Ma quando sono i grossi brand a cercare te. Quello è il momemto di smettere. E di reinventarsi. Perché se sei onesta sai che anche se quel brand realmente ti piace non è più quello il momento per proporlo. Lo so sembra paradossale. Ma anche il mestiere di influencer se ci pensiamo lo è. 🙂

    1. Vane

      Cavoli, hai sintetizzato perfettamente quello che penso. Inizi con una passione/gioco che quando diventa un lavoro lo scoglio “lo consiglio ad un’amica” “lo regalerei alla mamma” diventa un una questione ormai sciocca? Ho bisogno di un’influenza per capire se consigliere una chanel piuttosto che scarpe di Sergio Rossi? Sono profondamente critica. Non so cosa cambi aggiungere una menzione di #ad o meno, nel senso che si capisce benissimo quando pubblicizzate i vari brand…servisse a non evadere le tasse.

  2. VALERIA

    Cara Alessandra, io non credo che il rapporto tra blogger e lettrice si infici per una sponsorizzazione, peraltro dichiarata e giusta, io credo, invece, che la lettrice( facciamo che sono io) cominci a restare delusa quando trovandosi ad andare sui suoi blog preferiti non trovi più quei contenuti che all’inizio l’avevano attratta, colpita, anche sentimentalmente se vogliamo, creando una empatia con la scrittrice, perchè totalmente sostituiti da articoli sponosor. Ecco io credo che se si vuole in qualche modo accontentare lo zoccolo duro ( ma non è detto che si debba) degli inizi, sarebbe preferibile non perdere il gusto della scrittura in sè, del racconto tout court. per una volta senza che siano neccessari consigli per gli acquisti. L’ abbandono proprio di questo io lamento ( forse non avendone il diritto) in alcune blogger che amavo e che amo ancora, vedi chiara maci e chiara cecilia santamaria, ma che oramai seguo solo su ig e non più attraverso il blog proprio perchè mi sento orfana del puro e semplice gusto del leggere. Con stima, Valeria.

  3. Giulia

    La penso esttamente come Valeria. Tra l’altro, condivido perfettamente il riferimento alle due blogger che hai citato. Io ti posso solo dire che tutte le volte (ormai rare) che vado su i loro blog, ogni volta che trovo Sposored Post me ne vado via. Perchè non mi interessa. E soprattutto NON CREDO assolutamente che sia il prodotto/brand/regalo che loro consiglierebbero alla mamma, all’amica… Dai! Non prendiamoci in giro. Sono post scritti solo ed esclusivamente perchè PAGATE PER FARLO. Ed è giusto eh, sia ben chiaro. Anche a me se offrissero dei soldi per sponsorizzare un prodotto o un brand, non direi di no. ( a meno che proprio non si tratti di qualcosa che va contro ogni mio valore, ma dai, intendiamoci, cosa può esserci di così tanto sconcertante???).

    Ed è un vero peccato.
    Perchè la bellezza di un blog sta nella scrittura di chi lo amministra. Nei contenuti. Nei pensieri condivisi e tradotti a parole. Nell’entrare in empatia con il lettore, nel raccontare una storia in cui in molti potrebbero ritrovarsi.
    Ecco cosa rende bello un blog.

    E oramai, questa cosa, sta andando perdendosi.

  4. Veronica Dusi

    Che noia …
    La verità per me sulla polemica sponsor è che è stata creata da blogger di categoria medio bassa che fondamentalmente non se li fila nessuno.
    Voglio dire ma chi direbbe no , ad un bel servizio fotografico con professionisti da cui sicuramente imparare qualcosa, farsi truccare, pettinare, vestire , partecipare ad un evento figo , e non bau bau micio micio il raduno delle blogger d’Italia con tutto rispetto ; vivere un’esperienza seria di un’ azienda favolosa, magari una multinazionale che ci manda in vacanza con il suo profumo nuovo e guarda un pò magari ci retribuiscono? E no figuriamoci è poco etico…. ahahahah

    E’così bello crescere e riuscire a fare ciò che ci piace e in cui crediamo .

    Mi hanno insegnato che se devi vendere non sempre devi pensare a te e a ciò che ti piace altrimenti avrai una clientela limitata; ma devi sapere proporre un prodotto con professionalità ad un cliente che sicuramente non ha i tuoi gusti. Ma se vendi una maglia rossa e odi il rosso, non stai infrangendo un codice etico, ma stai rendendo felice qualcuno che magari sperava di trovare una maglia rossa proprio qui.! I blog sono ad un certo punto diventati uno spazio virtuale dove a volte trovi chiacchiere e vita e a volte come in un negozio si vende qualcosa. E spesso non conta cosa vendi ma come lo fai.

    per me è così

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