KIMONO (O VESTAGLIA CHE DIR SI VOGLIA)

Me la ricordo benissimo quella sera di molti anni fa in cui in un viaggio improvviso ed improvvisato mi ritrovai senza nulla – ma nel vero senso della parola non come nostro solito di giovedì isteriche ed urlanti davanti all’armadio gremito – di elegante da mettere per andare a cena. E mi dissi (ero in un momento di autostima alle stelle questo è chiaro ed evidente per chiunque) che forse la vestaglia – si la vestaglia – di seta nera perché non posso anche non avere un un blazer o un top ciancicato in valigia ma la vestaglia quella la porto sempre e ovunque infilata a modino su un paio di jeans stretta in vita da una cinta lasciata sblusata quel tanto che bastava poteva non essere una brutta idea. O forse l’unica.

Che ne sapevo io che sarei stata l’antesignana di una moda. Di un trend. Di una pessima idea che negli anni avrebbe avuto altre fan e seguaci.

Ben vengano i kimono compresi quelli di Piazza Vittorio. Le vestaglia di seta comprate a Bali con la Giulia mentre fratello Andrea, Paolino e Vittorino facevano la quarta colazione.

Quelle ritrovate nell’armadio della nonna. Ben vengano lasciate aperte sopra i jeans con una tee bianca sotto e ai piedi un paio di friulane. Annodate come fosse un trench e forse lo è per andare a comprare le sigarette e bere un bicchiere di vino. Ben vengano sopra gli short per passare dalla spiaggia alla birra (senza considerare che coprono il culo e questa è cosa sempre buona e giusta!) sempre piedi nella sabbia ma con il sole che ad un certo punto lascia lo spazio ad altro, venticello fresco compreso. E all’occorrenza ben vengano anche appesi in bagno al posto dell’accappatoio, eh.

 

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La vestaglia secondo GUCCI!

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Lei secondo me chicchissima con ballerina nude e gioielli da madonna del carmine.

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Di lei apprezziamo anche il capello che così finto ad cazzum resta il mio grande sogno irrealizzato.

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Nostra signora Leandra Medine.

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3 Comments

  1. Simona

    Voglio condividerti questo ricordo. Ero a una sfilata quando vidi (e c’è una mia amica che giura lo stesso, unica prova che non abbia lavorato di pura fantasia) una signora dai capelli bianchi che si allontanava con una vestaglietta di seta nera con scritto dietro, in paillettes rosa, “FU**ING GRANDMOTHER”.
    Da dove sia spuntata e dove sia andata a finire quella signora scicchissima, non ne ho la minima idea. Ma sta di fatto che ogni tanto gironzola in quel posto più o meno fantastico che è la memoria.

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