HEY LAURA, IT’S ME

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E’ lunedì sera, lì fuori.
E anche qui dentro.

La casa profuma ancora di vernice fresca. Una pila di libri che non hanno trovato posto sui ripiani bianchi della libreria giace a terra, accanto a una vecchia foto regalo di una persona speciale. Ci sono cuscini ovunque: sono una specie di ossessione per me. Una di quelle cose a cui non posso e non voglio rinunciare. L’immagine di me stesa sul letto si riflette nello specchio. I piedi sono nudi sul parquet, senza nemmeno l’ombra dello smalto. La voce rauca e sporca di Gregory Porter –  Hey Laura,/Sorry but I had to rang your doorbell so late/But ther’s somthing bothering me/I really am sorry but it just couldn’t wait/But I held the doze of make believe. E chissà dove va finire l’amore. Se si dissolve, se si trasforma o se – semplicemente – si nasconde come certi maglioni che dimentichiamo sul fondo dell’armadio. La finestra è aperta:  novembre ma l’aria è mite. Al punto da non farmi credere possibile che presto ci sarà la neve e la pioggia e le gambe a cercare riparo sotto la coperta e l’odore della cannella a inondare casa e un nuovo anno. Un bicchiere di vino rosso in cui bagnare le labbra, giace alla mia destra. Silente ed incurante. Le luci sono basse, accondiscendenti nei confronti di una tale pace – Wont you lie to me and make me believe that your in love with me/And this foul can see that the rivers of your love flow here to me. E forse l’amore non finisce. E forse l’amore non si dissolve. E forse l’amore non si nasconde neanche perché non esiste altro posto oltre il cuore in grado di conservare e celare con la stessa tenacia una tale forza. Forse – semplicemente – esiste, al di là di ciò che noi siamo in grado di vedere. Anche in una notte così.

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