UNA TEQUILA E’ PER SEMPRE – PARTE PRIMA

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Sono sempre stata una di quelle da partenza facile. Una di quelle che non ci ha mai pensato due volte prima di mettere il suo mondo – o una parte di quel mondo – in un borsone e andare. Una di quelle che avrò i miei luoghi del cuore, qualche casa e almeno una dozzina di buoni motivi per restare ma anche la ferma convinzione che questa terra e quest’angolo di cielo vadano visti e vissuti e farlo rimanendo seduta in un luogo con i piedi che calpestano sempre la stessa porzione di spazio non è possibile. Sono sempre stata una di quelle che in viaggio non si ferma mai – mia madre probabilmente direbbe non solo in viaggio – ma soprattutto in viaggio. Senza troppi fronzoli, senza troppe paure, senza troppe paturnie. Di quelle a cui raramente sentirete dire che è stanca. Di quelle che fa caldo ma la cosa in fondo non mi interessa più di tanto. Di quelle che una felpa con il cappuccio grigia e lunga sulle maniche e si può andare ovunque. Di quelle che se piove ad un certo punto di certo smette. Di quelle che assaggia tutto, senza nemmeno chiedere cosa sia.

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Ed è così – senza pensarci troppo che non serve quasi mai e senza fare domande e senza attendere risposte e sopratutto senza dimenticare quella felpa – che mi sono ritrovata a passeggiare tra paralleli e meridiani ad un incrocio otto ore lontana da qui.

Un’esplosione di caldo e di colori: è stata questa la prima impressione di questa terra dove il tempo scorre più lento per il volere stesso dei suoi abitanti che sembrano non prestare troppa attenzione al movimento delle lancette sul quadrante. Caldo e colori nella prima mattina a Merida, con gli occhi piccoli di chi ha dormito poco o meglio non saprebbe dire dove l’ha fatto. Un’esplosione vera e propria – la prima di tante perché dopo l’aria appiccicosa che ti stringe il respiro e ti spolpa il cuore, dopo la varietà cromatica che a voler cercare una casa uguale a un’altra qui dove i portoni sono giallo lime, rosa fragola e azzurro mare di luglio si perde solo tempo, dopo la sorpresa di ritrovarsi affogati nella calma che a far le cose perdendoci nel tempo non siamo più abituati – dopo queste di esplosioni ne sono arrivate altre. Di sapori – quello del margarita in cui bagnare le labbra salate, del pescado, del guacamole assaggiato con le dita in ogni angolo, delle empanadas calde che “stai attenta a non scottarti”. E ancora di nuvole, di acqua blu che così blu davvero non la ricordavo, di storia sapientemente amalgamata con una bella dose di misticismo che non sapresti e forse non lo vorresti dire dove finisce uno e dove inizia l’altro e a te non resta altro che lasciarti travolgere da Frida, dai Maya, da quelle strade, dai popoli magici, dagli odori, dalla notte in riva al mare senza luci ma con una luna in grado di commuoverti, dal vento che sembra sempre più forte nei ricordi, dai lini bianchi ricamati a mano, dalle vite che ci sono lontano da qui.

Ho mangiato gelato al biscotto con cioccolato caldo e panna a tredicimila piedi, tra Philadelphia e Cancun. Fagioli neri a colazione. Tortillas di mais fino ad assumere anche io la forma di una tortillas. Ho bevuto Corona ghiacciata, mezcal, margarita alle undici di mattina, acqua-limone e menta, caffè americani spacciati per espressi ristretti. Ho visto Chichen Itza, e con questa di meraviglie nel mondo me ne mancano tre sempre a voler credere a quella storia per cui dovrebbero essere solo sette. Mi sono addormentata sulle amache di CasaLecanda, in macchina tra Retorno e Playa del Carmen, in una suite del Secrets TheVine di Cancun, sul lettino del Reve al tramonto sotto una palma e sopra la sabbia. Ho imparato a fare il Margarita in un bar di Tulum contando i secondi, a riprova del fatto che il tempo a volte può servire. Mi sono innamorata di un paio di toreri e di una dozzina di chiese. Ho visto i fenicotteri: quelli veri e non stampati su una maglietta di Asos.  Ho ascoltato Paolo cantare al pianoforte MyWay e anche se non era la prima volta è sempre come se lo fosse. Ho fatto jet-surf e mi sono sentita un po’ la Pamela Anderson delle Puglie anche se dubito che a Pamela siano mai usciti tutti quei lividi sulle gambe. Ho preso la canoa e mi sono persa tra le mangrovie e nella bellezza più incontaminata quella che non puoi fare a meno di pensare quanto perfetta sia in certi istanti questa vita. Mi sono tuffata nel cenote e lanciata nel vuoto di un canopy. Ho fatto il bagno con le tartarughe. Ho lasciato che le zanzare si cibassero delle mie caviglie. Ho boccheggiato sotto il patio di una villa coloniale attendendo il mio cocktail al mango respirando lentamente per non sentire l’afa. Ho fatto il massaggio più bello della mia vita avendo difronte a me solo l’Oceano e il suo rumore e mi sono lessata in un temazcal. Ho incrociato strade e mani e abbracci e italiani ormai messicani e messicani innamorati dell’Italia. Ho scritto, twittato, whatsappato, filmato, immortalato e Skyppato perché il bello del nostro tempo è anche questo: non essere mai così lontani da non poter sentire la voce di chi ti manca.

Ho.
Sicura che da dove vieni è meno importante di dove vai.

Ed andare è quello che tutti dovremmo avere il cuore e il fiato di fare.

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E grazie-grazie-e-ancora-grazie all’Ente del Turismo Messicano per averci fatto sentire a casa anche così lontano.

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