MINI ADVENTURE – THANK U

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“La vita e’ bella mia cara Alessandra. Ma e’ anche breve. In compenso questo mondo se solo lo vorrai non sarà troppo grande per te”

Il volo numero AR2497 da Jujuy a Buenos Aires sta per decollare. Seat 10A. La felpa grigia più grande di due taglie ormai e’ una seconda pelle. E va bene anche così: impolverata e sgualcita. Lunga sulle mani ormai senza l’ombra di smalto e sulle gambe, stanche. Perfetta per nascondere questa nostalgia. Sul viso i segni di tanto sole e di tanto vento e di tanta sabbia e del sonno perso. In testa e nel cuore un groviglio di pensieri e sensazioni: avrò bisogno di tempo e di silenzio per rimettere in ordine tutto. Ma non ho fretta. Non questa volta. Questo disordine di fotogrammi di tavole caotiche di polvere di clacson di vuoti di occhi che si parlano quando un intero dizionario non basta di curve di pugni allo stomaco per la bellezza che dilania e spolpa di abbracci di notti insonni passate con la schiena stesa a terra di esistenze così lontane dalla mia eppure così incredibilmente vicine di battiti di prime volte di umanità di semplicità di birre di rispetto – un immenso e commovente rispetto – di mancanze di racconti di vita voglio godermelo. Non ho fretta. Di dimenticare.

Doveva essere un semplice viaggio di lavoro. Dieci giorni off road in Argentina sulle orme della Dakar tra avventura e condivisione. Dovevo solo partire e raccontare e tornare. Quello che cinematograficamente definirebbero – un lavoro pulito. Ed invece. C’è un istante preciso in cui le cose cambiano, un istante solo e da quel momento tutto e’ diverso. Non sempre ma a volte c’è. Come in amore, esattamente come quando ti innamori. E quell’istante qui c’è stato. E allora eccomi qui su questo volo in compagnia di questa strana e piccola folla di umanità che all’alba si saluta in otto lingue – sorrisi inclusi – mentre smonta la tenda e si prepara a un altro pezzo di strada. Roba che i miei genitori se mi avessero vista impacchettare il sacco a pelo con una tale nonchalance non ci avrebbero creduto. Che si alza da tavola per aiutare la signora Isabella che aveva il nonno di Como a sparecchiare.  Che ha il potere della libertà nel suo sangue. Che si e’ data appuntamento a Tokyo e a Parigi e a Furteventura a maggio e poi a Roma a mangiare la carbonara e su Skype. Che si ritrova a ballare fino alle lacrime su un parallelo dimenticato da Dio abbracciandosi perché 3000chilometri di strada sterrata in sette giorni e’ stata una delle sfide più belle che potesse intraprendere. E ha sorpreso tutti. Che ti da fiducia in questo mondo e in questa strana generazione di trentenni che sa condividere e per farlo a discapito delle apparenze non ha bisogno di un IPhone tra le dita. Che quando hai poco tra le mani e per di più sporche succede che di quel poco te ne importa anche meno. Che sticazzi dei capelli, qui, va benissimo anche così. Sudicia di vita perché se decidi di camminare non puoi pretendere di farlo senza sporcarti. A maggior ragione se hai il talento o la sfacciataggine di volerlo fare li’ dove non ci sono strade. Che si aspetta perché la regola e’ solo una ed e’ semplice ed e’ racchiusa in una  parola “insieme”. Che divide tutto, a cominciare dall’acqua della doccia da campo per finire al silenzio. Che si aiuta, con la ruota a terra e trentasette gradi aridi sulla schiena. Che si offre da bere e si ride e si racconta come se ci conoscessimo da sempre ma il tempo forse a volte e’ sopravvalutato. Che si commuove perché la natura e’ più forte di te e quando sei davanti a lei quella potenza la senti, la respiri e la rispetti.

A Mini.
A questa terra.
Alla strada percorsa.
A questa incredibile e scoordinata e folle e leggera e incasinata famiglia.
A questa vita breve. Ma bellissima. Talmente bella che dovremmo toglierci le scarpe e la paura e dare e darci di più. Non abbiamo nulla da perdere, se non il tempo.

(E’ solo un arrivederci)

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