SULLA STRADA

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C’ è un istante preciso in cui la percepisco. Nitidamente.
La mancanza di aria.

Ogni volta che mi ritrovo in macchina, nel traffico di questa città che da brava femmina è in grado con la stessa nonchalance di regalare grandi presenze ma anche di farti conoscere il peso efferato di una mancanza – ecco, ogni volta che mi ritrovo in quel traffico a suonare il clacson – in maniera nervosa a tratti isterica – per guadagnare pochi centimetri di asfalto. Per sollecitare il mio vicino a correre – dove e soprattutto verso cosa poi non saprei dirlo. Per superare qualcosa che di certo non è un mio limite ma nella migliore delle ipotesi è un blocco della Nomentana. Per arrivare prima io che sono una ritardataria cronica, l’ultima ad ogni cena per intenderci, e prima non lo sono mai stata, in nulla.

– Ognuna di quelle volte – la percepisco.
Ad ognuna di quelle volte segue un istante, in cui la percepisco nitidamente.
Quella mancanza d’aria. Perché in realtà in quel momento è a me che sto suonando. Non al semaforo. Al ciclista. Al pedone. Al mio vicino che forse a guardarlo bene è anche carino. Solo a me: per ricordarmi di respirare. Per chiedermi “Ma dove cacchio stai correndo. E – sopratutto – perché lo fai.” Perché dietro a quel clacson c’è altro.

Non c’è nessuna fretta, Alessandra. Quel semaforo può anche diventare nuovamente rosso. Fuori c’è il sole. L’aria sembra quella di una primavera che ancora deve arrivare. Ci sono anche le zanzare a metà ottobre, oltre alle cicale per non farci sentire soli. La voce di Adam Levine. Un paio di jeans sulla pelle. Ci sono un sacco di cose da fare con calma perché la fretta non ha mai trovato spazio in nessun capolavoro. E nemmeno la frustazione, quella  che certe mattine ci portiamo dietro, mani immobili su quel clacson anche a semaforo verde e con la strada vuota davanti ai nostri occhi e ai nostri piedi.

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